da "ALL ABOUT JAZZ"
Il ruolo delle donne nella musica africana varia secondo le diverse culture di quell'immenso continente ma risulta, purtroppo, in molti casi decisamente secondario. La voce è il più diffuso strumento di espressione personale anche se non mancano eccezioni. Nella cultura dei Kel Tamashek, nomadi del deserto sahariano, certi strumenti sono riservati alle donne, come il tindé, piccolo tamburo cilindrico che si appoggia a terra e viene suonato stando seduti e, sebbene meno frequentemente, l'imzad, strumento a corda simile al violino. Canto e ritmo costituiscono gli elementi principali della musica Tuareg, comunque equamente distribuiti tra i sessi, con la parola affidata all'aggoutern (l'equivalente del griot) rigorosamente maschile, che suona il tehardent e il canto nella forma antifonale, che è prevalentemente femminile e poi urla, battiti delle mani e danze che arricchiscono un impianto strumentale assai povero, spesso derivato da oggetti d'uso quotidiano.
Tartit è l'ensemble musicale Tuareg più famoso al mondo ed è formato da membri della confederazione Kel Antessar ("gli uomini del velo") gravitanti tra il bacino del fiume Niger ed il nord del Mali. Si è formato nel 1992 in un campo profughi in Mauritania, dove i suoi membri si erano rifugiati per fuggire alla repressione dell'esercito maliano, tranne Mama Walett Amoumine, che vive in Belgio ed ha fatto da tramite con l'impresario belga che rimase colpito sentendole cantare all'interno del campo e le convinse ad esibirsi al festival "Voix de Femmes" di Liegi nel 1995. Ma vi è anche colei che è considerata -e di fatto lo è- l'attivista del gruppo, Fatimata Walett Oumar alias "Disco" che in occasione del concerto torinese curato da Musica90, ha acconsentito a concederci un'intervista ma solo nel container che funge da camerino per poter cullare il suo neonato che la segue in tournée: "Mi piace molto ballare, anche la musica che non conosco e dunque mi hanno soprannominato "disco"!.
All About Jazz: Cosa significa "Tartit"?
Mama Walett Amoumine: Tartit significa "unione, spirito di fratellanza, forza" ciò che è necessario per affrontare le difficoltà della vita e beneficiare dell'amore, della felicità. Quando ci hanno proposto di formare un gruppo stabile ho incaricato Amanou, il nostro griot, di sceglierne i componenti, è stato lui ad invitare Arahmat a suonare l'imzad e a cantare con lui. Volevamo e dovevamo stare insieme e lui ci ha molto aiutato.
AAJ: Vi riunivate spontaneamente?
M.W.A.: Da noi tutti suonano, la musica non si insegna, si prende uno strumento e lo si usa, perfezionandosi nel tempo grazie all'ascolto e alla pratica. Nella nostra società tutto è organizzato ma non esiste la professione di musicista, i griot appartengono alla classe dei fabbri, tramandano il sapere e raccontano la storia delle persone importanti ma dal momento che ogni occasione è buona per cantare e danzare, i giovani hanno modo di provare a ripetere quello che ascoltano.
AAJ: Quindi improvvisate.
M.W.A.: Ovviamente c'è il rispetto di una struttura data ma come succede per i testi originali, anche la musica segue l'estro e l'ispirazione del momento. Non ci poniamo limiti, ognuno è libero di proporre quello che preferisce."
In effetti, l'attitudine all'improvvisazione è più comportamentale che musicale e la loro empatia sul palco talvolta evidenzia qualche tentennamento. Ognuno può interrompere a piacere di partecipare al battito collettivo delle mani, sbadigliare o fermarsi a pensare e se qualcuno propone una sincope ritmica, non è detto che qualcun altro sia disposto a seguirlo o a dialogare con lui. Ciò ovviamente non toglie che una volta lanciati nell'agone della performance, il parossismo e l'energia collettiva spinga taluno ad alzarsi a danzare (una danza dalla coreografia "minimale" ma dall'ineffabile fascino erotico e trascendentale, eseguita spesso stando seduti, con sinuosi spostamenti laterali delle braccia o piccoli passi in un sottile gioco di alternanza tra pianta e tallone) spronando così i compagni e rinforzando ancor più l'atmosfera ipnotica e quasi mistica che circonda l'esecuzione.
AAJ: Ma non vi considerate musicisti.
M.W.A.: No. Perpetuiamo una tradizione, siamo dei portatori di valori culturali.
AAJ: Come componete?
M.W.A.: La nostra è musica tradizionale, anche le nostre composizioni originali partono da un patrimonio musicale che ci appartiene e ci identifica ma non credo si possa parlare di criteri di purezza per la musica. La presenza della chitarra elettrica è dovuta all'incontro con altre culture musicali che abbiamo avuto modo di sperimentare con successo. Il "Festival au desert" per esempio (vai alla recensione) è stata una grande opportunità, non solo per noi ma anche per chi è venuto ad ascoltare i concerti. Devi pensare che molti di loro non hanno mai sentito, per giunta tutte insieme in così poco tempo, musiche tanto diverse da quelle alle quali erano abituati.
Del resto, non fa mistero la permeabilità di questa musica che nei millenni si è forgiata in quel crogiolo primordiale di musica e cultura comune ai Bambarà, Songhai e Peul, sì che si è arrivati a parlare di "blues del deserto" e che ha legittimato per così dire, le collaborazioni di Tartit con musicisti come Afel Bocoum e Alì Farka Tourè (è in uscita proprio un album in comune dal titolo emblematico di "Blues du desert"). Se le melopee vocali, senza vibrato e con l'interpunzione del caratteristico urlo prodotto dalla rotacizzazione della lingua, la struttura circolare del ritmo e la melodia che si muove in un ristretto registro di note fanno eco all'ipnotico procedere della musica della confraternita Gnawa, la modalità responsoriale utilizzata nel canto e quel percepibile carattere bluesy, ancor più sottolineato proprio dall'utilizzo della chitarra elettrica, sono evidenti retaggi della cultura musicale dell'Africa Nord- occidentale.
AAJ: Di cosa parlano le vostre canzoni?
M.W.A.: Cantiamo l'amore e la pace ma anche la guerra, l'esilio. Ricordiamo ai nostri fratelli di stare uniti, perché stiamo attraversando un momento molto difficile. Tutto sta cambiando e dobbiamo adattarci a nuovi stili di vita rimanendo il più possibile quello che siamo. Non abbiamo più animali da allevare, nessuno ci protegge, ci siamo dispersi a causa della guerra e i nostri uomini sono lontani o sono stati uccisi nella ribellione.
Alle prime correnti migratorie verso l'Algeria causate dalla repressione della ribellione Tuareg del 1963, gli effetti della siccità che li ha martoriati alla metà degli anni '70 ha provocato altri flussi verso le città subsahariane con il risultato di un inasprimento delle tensioni sociali dovuta anche a disoccupazione ed emarginazione. Nel 1990, il massacro di Tuareg nel Niger portò ad una rivolta armata che partì proprio dalle regioni a nord del Mali e che si placò soltanto due anni più tardi, lasciando però dietro di sé solo devastazione e sradicamenti forzati.
AAJ: Le prospettive per il futuro non sono certo rosee.
M.W.A.: Il nomadismo si fonda sull'allevamento e senza animali non vai da nessuna parte. Noi non abbiamo confini, il deserto è il nostro paese e la siccità degli anni passati ci ha precluso ogni possibilità di sopravvivenza. Siamo destinati a diventare sedentari. Ma per fare cosa? A vivere di cosa? L'artigianato è l'unica risorsa per il commercio, non abbiamo industrie, un'amministrazione politica o amministrativa che ci rappresenti e magari ci tuteli. Non abbiamo scuole e ospedali. Che alternative economiche abbiamo?
La società Tuareg è sempre stata divisa in caste ed i nobili, gli antichi guerrieri ed i saggi interpreti dei dettami coranici, occupano un posto privilegiato. Seguono i vassalli (imrad) che pagano tributi ai nobili per la loro libertà e gli schiavi (ies iklan) provenienti dalle antiche spedizioni guerriere contro le popolazioni nere africane, che lavorano e si occupano del bestiame. Abolita la schiavitù, questa parte della società è libera e più predisposta ad adattarsi ai cambiamenti contribuendo alla trasformazione di una società che negli ultimi quarant'anni ha vissuto una storia travagliata. Ma il popolo Tuareg rappresenta un'eccezione in senso ampio perché probabilmente, il loro spostarsi all'interno di una vasta area desertica che comprende i lembi estremi di Libia, Algeria, Niger, Burkina Faso e Mali ha contribuito al rafforzarsi di una cultura libertaria peculiare, della quale hanno beneficiato soprattutto le donne, che rivestono un ruolo societario primordiale che la religione islamica non è riuscita a sopprimere. Esse sono libere, scelgono loro stesse un marito e possono divorziare (in tale occasione, si fa festa per tre mesi). Anche se non manca il rovescio della medaglia.
AAJ: La vostra è una società matriarcale, cosa possono fare le donne in questa situazione?
M.W.A.: Nella società Tuareg le donne godono di una notevole libertà rispetto a quelle di altri paesi ma non lavorano, non hanno istruzione, non hanno un mestiere. A loro è chiesto di allevare i figli ma spesso ciò è fatto in situazioni drammatiche perché l'uomo non se ne occupa e quando si divorzia, è alle madri che resta il compito di educarli e sfamarli
I Tuareg hanno capito che sedentarizzarsi e mandare a scuola i figli è l'unico modo per tenere in vita la loro cultura e Fatimata ha iniziato molto presto ad impegnarsi in tal senso.
All'interno dei campi di rifugio abbiamo costituito una associazione di donne per poterci organizzare e difendere indirizzando i nostri sforzi nell'artigianato dal quale ricavare qualche misero guadagno (ai loro concerti è presente un banchetto per la vendita di ornamenti e vestiti tuareg). L'associazione cerca di aiutare le donne e i bambini Tuareg anche tramite adozioni a distanza, per raccogliere fondi che vengono utilizzati per le cure mediche e l'istruzione. Sotto questo aspetto ho un legame particolare con l'Italia dove posso contare su una rete di collaborazioni decisamente confortante. Non è un lavoro, è tutto frutto del volontariato a beneficio della società.
di Paolo Curtabbi
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