“Era gremito il concerto di Taraf de Haidouks, magnifico gruppo di tzigani rumeni, straordinaria orchestra nella quale convivono diverse generazioni che si scambiano voci e fughe strumentali, come un folto clan che celebra ad ogni concerto la sua stessa identità collettiva, con canti, assolutamente straordinari, violini, fisarmoniche, e il cymbalon, una specie di arpa percossa. Il pubblico li ha accolti con grande entusiasmo e il gruppo ha continuato a suonare a lungo, anche dopo la fine del concerto, nel retropalco”
Gino Castaldo – la Repubblica (21/7/1995)

“Preso letteralmente d’assalto lunedì sera l’Auditorium San Fedele di Milano per la “Notte Gitana”, quinto appuntamento della bella rassegna Suoni e Visioni. Sul palco i gitani Rom di tre generazioni che si fanno chiamare Taraf de Haidouks. Vengono da Clejani, un paesino della Romania dove sono rimaste intatte le radici di una musica antica e ancora libera. Bastava vederli all’opera, i diversi campioni di violino, fisarmonica e strani cembali, con i loro cantanti dalla voce acuta e un po’ lamentosa, tutti maschi, giovani e vecchi, vestiti con le camicie sgargianti o con l’abito stropicciato della festa, le facce da contadini cotte dal sole. Si alternavano sul palco mischiando le compagnie, fino ad una entusiasmante riunione finale che li ha visti catapultati verso una delirante rincorsa a chi suonava più rapido. Dovevano esibirsi per un’ora, ma l’accoglienza è stata talmente entusiastica che i gitani hanno raddoppiato il tempo loro concesso, facendo la gioia di tutti. La loro è una musica semplice, a volte anche ripetitiva, che trasuda però un fervore e un’energia incontaminati, con sequenze d’ipnotica seduzione”
Giacomo Pellicciotti – la Repubblica (8/5/1996)

“In Piazza Nuova – alla presenza del Maestro Muti e della moglie Cristina, che fa parte del comitato direttivo del “Ravenna Festival – una incantevole struttura circolare a portici, l’ensemble Taraf de Haidouks ha scatenato l’entusiasmo con quasi due ore di musiche tzigane di Romania. Dodici musicisti, di età tra i trenta e gli ottant’anni. Pelli accartocciate, ventri gonfi, bocche sdentate, ma artisti vitali, virtuosi nei loro strumenti: tre fisarmoniche, quattro violini, un contrabasso, due cymbalon”
Giuseppe Videtti – la Repubblica (3/7/2000)

“E’ stato un concerto trascinante….un gioiello di musica etnica, un tesoro identitario di una collettività che pur nelle tribolazioni della sua storia è riuscita a mantenere integri sia lo slancio vitale, sia la propria creatività gitana. Quella dei Taraf è una musica magmatica, ridondante, una sorta di brodo seminale in cui si leggono tutte le esperienze musicali di contaminazione della loro storia di musicisti girovaghi…..La platea è stata coinvolta in una jam-session di invenzioni e virtuosismi incredibili, in cui di volta in volta venivano chiamati alla ribalta le percussioni dei cimbali e il pizzicato cupo del contrabasso, il lamento acuto del flauto, senza contare le performance dei cantanti maturi d’età ma dotati di corde vocali potenti. E’ stato sicuramente un peccato non comprendere appieno i testi, molto spesso oggetto di duetti e improvvisazioni, nonché di assoli danzistici, ma la musica è una koinè che trasmette da sola i sentimenti, al di là delle parole. E la musica di questi lautari è stata eloquente, magnetica, entrava sotto la pelle e dentro le viscere. Dolce, struggente e strordente. Due ore di concerto elettrizzanti e cariche di emozione, a metà tra la festa paesana e la raffinatezza intellettuale di una tradizione culturale purissima.”
Bresciaoggi (19/4/2002)

“Il programma presentato al Teatro Verdi prevedeva una sapiente alternanza di brani vocali dal contenuto narrativo, alcuni dal carattere fascinosamente nostalgico, sia tradizionali che di più moderna composizione, con alcune sfrenate danze strumentali. Proprio in questa parte del repertorio il pubblico ha potuto ammirare l’arte consumata di questi musicisti, in particolare i suonatori di violino e di cymbalon, che hanno dato vita a momenti di pura adrenalina, giocata su un incessante martellamento di note tanto rapide da risultare ai limiti dell’udibilità.
La struttura multigenerazionale del gruppo, formato da una dozzina di musicisti che si alternavano passando con disinvoltura dagli strumenti al canto, ha inoltre consentito di toccare con mano ciò che significa – in questo contesto – la tradizione e l’oralità intesa come strumento idoneo a trasmettere anche i sapori musicali più complessi, e il Taraf de Haidouks dimostra che, nonostante l’invadenza della globalizzazione culturale, anche le culture delle minoranze possono trovare il modo di continuare ad essere vive.”
Antonio Liglos – La Nuova Sardegna (21/4/2002)

Si chiude con i botti quest’ultimo appuntamento della rassegna Musica delle radici… più di 1.600 persone si alzano dalle sedie per un prolungato, commovente applauso per i dodici “banditi della Valacchia”, protagonisti di un set incandescente e di un arcaico patrimonio di danze e canzoni che il tempo e il progresso non hanno neanche scalfito. I Taraf de Haidouks sono una stirpe parentelare di musicisti inossidabili, giocolieri, spaventosi nell’uso degli strumenti (flauto, violini, contrabbasso, fisarmoniche e cembali) ed autentici acrobati della tessitura vocale e nella scelta delle tonalità, ora recitative, ora ruvide e lamentose (un botta e risposta come negli spiritual e nei gospel), ora ai limiti del gutturale. E qui domina, in particolare Dimitru “Cacurica” Paicu con i suoi 74 anni portati con il piglio di un ragazzino, con la sua voce da “crooner” campagnolo e sanguigno, con la sua fede ingenua e tenera (“devo vivere il più a lungo possibile, Dio è lassù e mi sorveglia...”) e con i suoi racconti in cui non saprai mai se parla di un fatto reale o di un mito. Sostenuto armonicamente dai violini e dalle fisarmoniche e amplificato ritmicamente dal lusso continuo del contrabbasso e dai cymbalum, il Taraf de Haidouks vola, dunque, per un’ora e mezza e senza un attimo di tregua tra vorticose danze tradizionali.Ma soprattutto fa riaffiorare un piccolo mondo antico, un microcosmo di villaggi, appollaiati sulle montagne o adagiati in pianura, dove la fatica del vivere viene stemperata da precisi momenti corali: le nascite, i battesimi, i matrimoni (che durano tre giorni e tre notti), i funerali, le feste legate ai raccolti della terra, le cerimonie religiose. In una parola si gioca su un vissuto che scorre implacabile come il tempo (il risveglio dei sensi e il tradimento, la gioia e la solitudine, la speranza e la desolazione più profonda) ma contemporaneamente senti l’orgoglio rumeno, la favola bella e universale del Robin Hood che ruba ai ricchi per donare ai poveri, l’urlo di chi è stanco di subire ingiustizie e vuole abbattere feudatari e dittatori, il sogno, infine, di cavalcare cavalli magici, di attraversare il Danubio e di sostare in una foresta abitata da briganti d’onore, da occhi maliziosi e da giuste divinità. Scrive bene il Taraf de Haidouks perché è sincero e possiede una musica (quella zingara) di cui tutto l’occidente è debitore. E il risultato finale è un affresco dove, per usare le parole di Mircea Eliade, “la prigione è una finestra per pensare a Dio, la casa un letto per stringere la moglie, il figlio per portarlo al canto e al pianto e il funerale un momento per mangiare e bere...”.
Giampaolo Rizzetto – L’Arena di Verona (luglio 2003)

Se n'era accorto Demetrio Stratos, greco d'origine, della preziosità della musica cosiddetta balcanica. In "Arbeit macht Frei" (primo album del gruppo, del 1973) e precisamente nel brano "Luglio, Agosto Settembre (nero)" è presente quel motivo di danza (probabilmente una "hora") poi ripreso, tra gli altri, anche da Daniele Sepe (spesso dal vivo; non ricordo, però se lo ha "fermato" in qualche suo disco").
Era brano rappresentativo per la band italiana, sebbene non l'unico. Tanti altri lo sono stati per me, anche per altri giovani d'allora e d'oggi. Molti musicisti, nascosti oppure conosciuti, vivi e non vivi nell'ombra del corpo meccanico cd esistono anche senza di esso, agiscono e vivono la musica dell'Europa orientale. La toscana Materiali Sonori distribuisce, ora, l'ultimo album dei Valacchi Taraf de Hadouks intitolato "Band of Gypsies", registrato dal vivo a Bucarest, all'Istituto di Cultura Francese nel corso di tre concerti tenuti nel Dicembre del 2000 ed ai quali partecipava la meravigliosa Koçani Orkestar, altro gruppo rumeno composto sia da strumentisti di ottoni sia degli altri strumenti tipici rumeni. In sessantadue minuti di musica è certo difficile godere appieno di ciò che il gruppo, invece, sa offrire dal vivo in due ore di musica.
Le composizioni nel disco assumono forma compatta sebbene il senso lungo della musica, gli assoli di violino e clarinetto riescano ad esprimere appieno senso di compiutezza. Su un pedale di maggiore o minore che sia e sulla base del ritmo, spesso molto veloce (anche tipico della musica rumena) i solisti avrebbero potuto offrirci preziosismi di natura improvvisativa-tonale da far impallidire qualsiasi strumentista classico e fresco d'accademia italiano. Non ci si deve, però lamentare. Questo disco, contenente ben dodici tracce è florilegio, sagra e consacrazione di un gruppo che per ben dieci anni è mancato dalla Romania perché tacciato d'essere "gypsy".
L'esperienza dei Taraf, maturata in tantissimi concerti dal vivo per tutta l'Europa esplode, sfascia gli argini dell'esilio in un torrente di musica felice. Gli stessi componenti il gruppo sono galvanizzati della loro presenza in patria e danno il loro meglio in tutto il disco. Quindi vi sono raddoppi di cymbaloms, corse folli di violini in contrappunto, clarinetti e flauti in assolo.
La Koçani Orkestar "riempie", se ancor più si volesse, un buco virtuale. Il fatto è che il buco non esiste e loro stessi, all'interno della compagine strumentale e dei brani sono necessari per l'unità concettuale di ogni brano e per il senso di festa e di enorme felicità che tutto il disco esprime. Ma si va oltre. Ospiti dei concerti sono il clarinettista bulgaro Filip Simeonov (presente con assoli stupefacenti nelle tracce n°2 e 6) ed il percussionista turco Tarik Yuysuzoglu (tracce n°2, 6, 9, 13) quest'ultimo assolutamente da non sottovalutare, di più, forte, presente, basso continuo e spinta costante della "buona aggressività" di tutto il gruppo. La sua arte è grandiosa.
Contribuisce anch'essa ad arricchire di ritmo ma soprattutto da, nei brani in cui è presente, una consistente matrice orientale, asiatica insomma. Questo disco, il quarto del gruppo Valacco è una "sacra rappresentazione" (per dirla con Falla) di quella che è l'anima popolare rumena. Certamente il ricordo del paese e della nazione rumena non è cancellabile. Non sono buone le notizie che provengono da lì. Il popolo che applaude i Taraf, però, dimentica tutto, applaude all'infinito ed avrà applaudito per tre serate consecutive! Io li ho visti qui a Roma e l'impressione che ne ho ricavato è ancora più stupefacente. Senza la Koçani ed i vari ospiti presenti nell'ultimo cd, loro, da soli (in tredici) sono davvero il miglior gruppo zingaro del momento.
Se alla loro testa c'è Neaculae Neacsu che avrà sicuramente ottant'anni - (voce, violino), Ilie Iorga (voce), Dumitru Baicu (voce e cymbalom), Paul Giuclea (voce e violino) che, in certo modo rappresentano l'anima "anziana" del gruppo anche se anziani, nell'anima, non sono affatto e forniscono il substrato, l'inconscio tradizionale rumeno, ad essi si aggiungono le nuove generazioni (Ion Tanase ai cybaloms, è un caposaldo della formazione ed un'anima importante per la musicalità del gruppo; Viorel Vlad, al contrabbasso, Ionel Manole alla fisarmonica, Marin Manole sempre alla fisarmonica). Esiste, quindi, un po' di tutto nell'ente astratto Taraf.
Il ricordo, il riporto di vecchie melodie e le rielaborazioni delle stesse soprattutto da parte dei più giovani ma ai quali non si sottraggono i più anziani. Essi non sono mummie. Non stanno sul palco senza far niente a far finta di suonare.
Il loro contributo è essenziale per il suono totale e per l'arte del ricamo e delle corrispondenze interne. Per ultimo un consiglio. Ascoltate i primi tre album dei Taraf che sono disponibili ed ordinabili anche per corrispondenza dalla Materiali Sonori anche se non possedete carta di credito. Quest'ultimo cd è davvero sensazionale.
Non perdetelo. Seguiteli sempre dal vivo.
Gian Piero Silvestro – Taraf de Haïdouks - Band Of Gypsies