da "LA REPUBBLICA"
La risposta non negoziabile ai furbetti del quartierino world è Konono N° 1. Una posse che arriva dal bush della Repubblica democratica del Congo via Kinshasa, dove si è stabilita, e in un lampo ha contagiato con la sua allucinata, potentissima trance elettrica — che riecheggia inconsapevole dance elettronica e saette futuriste — teste d’uovo delle quali ci si può fidare: la divina Björk, che ne ha voluto l’ipnotico incedere nel suo Volta, Zorn, insaziabile taumaturgo del contemporaneo, i geniali post rockers Tortoise, il folletto pop Beck. Se non bastasse, ma dovrebbe, i tour e i festival che li hanno sdoganati dall’area francofona nel mondo tutto; i premi, come quello di BBC3; gli inviti, vedi quello non casuale per l’omaggio a Steve Reich, pioniere di ritmi e percussioni altre, al londinese Barbican Theatre. In Italia, grazie all’intelligente sforzo del loro management romano e di Materiali Sonori, che ne distribuisce i tellurici due album usciti per la storica etichetta belga Crammed e ne ha organizzato il debutto in giugno al festival Oriente-Occidente, arrivano a farci capire, finalmente, cosa può e dovrebbe essere la world music: una ricerca di autenticità che coniughi il rigore delle fonti col piacere di una vera diversità, e non l’inflazionata ricettina di un vampirismo (post?) coloniale buona per raddrizzare le schiene torte di tante dubbie vocazioni. Oggi — 21,30, 12 e 10 euro — riaprono la bella stagione Flog (Tuxedomoon, Biscazulu, Cocorosie, Popa Chubby etc.). L’occasione è di quelle da non perdere. Perché il loro set dà gioia fuori e scuote dentro. E perché si fa pietra di paragone per capire cosa sovente venga spacciato senza vergogna alcuna per musica del mondo. Erede della prodiga tradizione congolese — per solito poco aperta alle contaminazioni sia europee che africane e piena, però, di andate e ritorni col Caribe della rumba — che dal ‘500 del potente regno del Congo va alle grandi orchestre jazz dei Cinquanta, dalle leggendarie chitarre di Franco e Papa Wemba all’oggi dell’effervescente scena di Kinshasa, Konono N° 1 ne perpetua ossessività poliritmica e vocazione trance con sonorità davvero inaudite, che pulsano del cuore ancestrale della ritualità e di quello moderno di un hi-tech povero ma bello. Musica, anche in questo, politica quella del settetto: il riciclaggio dei loro (e nostri) rifiuti, altra piaga del continente, si fa magia combinatoria e dichiarazione d’autonomia, invito a lasciare che i neri maturino la loro Africa, che gli aiuti bianchi siano solo se concordati con e controllati da loro. Nelle mani dei Konono, come delle altre posse congolesi, pezzi di latta, coprimozzo, assi di ruote, copertoni, tubi, zucche (con le quali fanno uno strumento incredibilmente simile al berimbau brasiliano), lattine, nastro isolante, vecchi megafoni, magneti e batterie d’auto rinascono percussioni, microfoni e impianti audio accanto all’antico likembé, il piano a pollice che fa da leader, tamburi e voci tribali. Tanti noti «maghi» della produzione e sedicenti pop star dovrebbero proprio andarci a scuola, laggiù.
di Paolo Russo
da "MUSICAROMA.it"
In mezzo
Cinque pezzi per quasi due ore di musica. Basterebbe solo questa considerazione per far capire che il concerto al Teatro Studio dell'Auditorium non è stato un semplice concerto. Gli spettatori di questa serata inaugurale del MIT sono stati catapultati addirittura in Africa, in una regione fra il Congo e l'Angola, dove la musica che si suona per le strade è la trance 'bazombo'. Dai sobborghi di Kinshasa il ritmo si espande e arriva fino a noi, via Meet In Town mentre sugli schermi laterali scorrono visuals (una delle cose più innovative della rassegna) che parlano chiaro. Immagini di savane infuocate e famosi monumenti capitolini immersi in un verde irreale. Oramai solo un miraggio in mezzo allo smog e al grigio esistente. Ma al MIT piace offrire visioni alterate delle cose, oltre che dare una diversa prospettiva (ve lo ricordate il video aereo dell'anno scorso?) in maniera sempre e comunque di gran classe.
Indietro
Spalleggiato dal mio fedele ritardo, arrivo trafelato al bancone degli accrediti dove mi accoglie la sempre gentile fanciulla della Snob Production. Una volta percorsi gli anfratti auditorini vengo investito dalle vibrazioni pulsanti dei Konono N°1. Riconosco il succitato brano d'apertura del disco di Björk, "Earth Intruders". Ma è solo il secondo episodio di una serata strabordante. Il secondo pezzo a cui assisto dura più di venti minuti. Forse la maggiorparte delle persone che si aggiravano nel Teatro Studio erano state attratte dalla notizia che questo ensemble congolese ha suonato nell'ultimo album della performer/artista/post islandese. Un nome che per molti è una garanzia (un nome che comincia, volendo, anche a stufare) e che con gli ultimi due album non è mai inciampata - neanche per sbaglio - con l'essere orecchiabile.
A lato
C'era una volta l'Africa. Le danze. I ritmi tribali. L'estasi e la trance. Gli stregoni e la musica performativa che ti permette di scavalcare per un attimo la soglia della coscienza e sbirciare oltre. Tutto questo e molto altro si è visto e sentito ieri al Teatro Studio: complici anche un paio di drink "sbagliati" i movimenti si sono fatti ciclici al tempo tribale. Neanche fosse house. Neanche fosse drum'n'bass. D'altra parte le immagini parlano chiaro e oltre agli ottimi morphing fra gli infuocati tramonti africani e il nostro colosseone, i Konono N°1 offrono di fatto un percorribile e affascinante incrocio fra i beats occidentali creati da laptop sempre più sofisticati e l'ingegno di chi l'estetica del riuso la vive sulla propria pelle ogni giorno e per questo non ha altre possibilità che manomettere i rottami per creare un sistema di amplificazione per la loro musica tradizionale. Attraverso i likembé, le percussioni e la cassa rullante di chi suona per pura passione e alle spalle ha il peso della grande tradizione Bazombe. Con un risultato più che gradito, a giudicare dalle espressioni e dalle movenze della folla. Potremmo chiamarla root techno, o electro transe. Oppure infischiarsene e ballare fino alla muerte.
di Leonardo Vietri "N°2"
da "IL MANIFESTO"
"Se la rivoluzione si potesse associare ad un suono in particolare, oggi potremmo accontentarci di quello prodotto da Konono n.1, l'ensemble di Kinshasa che con l'album Congotronics (Crammed/Maso) è tornato a stregare in un colpo solo integralisti afro-centrici e sostenitori delle avanguardie occidentali... Colpisce l'accidentale assonanza con certe forme più o meno sperimentali di art-rock e musica elettronica. Incanta l'inventiva con cui hanno sconvolto il suono originario mediante un arti-geniale e assai efficace sistema di amplificazione... Una tempesta di variazioni ritmiche e poliritmiche, che rimandano all'estetica del feedback e delle chitarre elettriche distorte".
di Marco Boccitto
da "BLOW UP"
"Lontani da preoccupazioni puristiche e muovendosi su ritmi di trance orgiastica, i Konono n. 1 producono originali sonorità. Il disco é spiazzante... e proprio per questo, nell'urgente rimessa in discussione di alcuni luoghi comuni, Congotronics torna a farci rizzare le orecchie, oltre che muovere le gambe".
di Piercarlo Poggio
da "ROLLING STONE"
"...il risultato è una musica trance-elettronica, dalla forte impronta percussiva. Un continuum ipnotico e rituale...Congotronics é un incontro tra tradizione e modernità privo di intelletualismi e ricco di contagiosa voglia di vivere".
di Manlio Benigni
da "RUMORE"
"Da rimanere folgorati. Immaginate Fela Kuti in formato rave...l'effetto é strepitoso...alla vibrazione elettronica aliena originata dal rozzo corredo tecnologico si sovrappongono cori tribali e stormi di fischietti. Altro che world music: questa é musica dell'altro mondo!".
di Alberto Campo
da "L'ESPRESSO"
"Un devastante mix tra ritmi tribali e Aphex Twin".
di Alberto Dentice
da "REPUBBLICA"
"...roba degna di Marcel Duchamp, secondo il quotidiano francese Liberation, con supplemento di fischietti e canti corali. Risultato (parola del New York Times): musica elettronica post coloniale. Come fosse un rave captato dalle parti di Kinshasa".
di Alberto Campo
da "LA STAMPA"
"Un fulmine a ciel sereno...una sorta di furioso punk d'Africa ossessionante e disturbato che non lascia scampo, la cosa più fresca, aggressiva e mirabilmente in bilico tra futurismo e tradizione che si possa reperire sugli scaffali dei dischi africani".
di Paolo Ferrari
da "Il VENERDI' di REPUBBLICA"
"Africa Africa, cantava Jovanotti, ma questa é l'Africa più hard, se è qui la festa, beh é a inviti strettamente riservati. Questi congolesi picchiano duro... Lufuala Ndonga é una trance lunga 10 minuti che alla nostra taranta farebbe un baffo...Insomma un gran bel disco, Nero e Vero, finalmente lontano dai clichè della world music da (Buddha) bar".
di Angelo Aquaro
da "WORLD MUSIC MAGAZINE"
"...giochi armonici e timbrici che svelano il legame tra le musiche rituali dell'Africa interna con i mantra minimali di Reich e Riley. E' come se il cerchio si chiudesse, con l'approdo della strumentazione all'elettrificazione pura, nuda e cruda...Un'invenzione che ne fa potenzialmente i Les Paul d'Africa".
di Daniele Bergesio



da "The Wire" (UK)
In Africa, corrupt and irresponsible governance has led some of the continent's most prominent modern musicians to cast themselves as surrogate leader figures - think of Fela Kuti and his Kalakuta republic, "King" Sunny Ade, the priestly chieftainship of Youssou N'Dour. Africa is a land mass scored with artificial borderlines. Regions scrawled on colonial napkins gouged arbitrary divisions between tribal and ethnic separations that had lasted for centuries, sundering communities while boxing sworn enemies into tighter and tighter confines. When these tensions ignite skirmishes and the flames spread, as happened in Congo and Zaire in the late 90s, the rifts become riven with blood on an epic scale. Belgian withdrawal from the colonies left a power vacuum that was never fully filled, while the rapid centralisation of the economy in Kinshasa marginalized Congo's forest dwelling population; the resulting migrants from the jungle to the city have had to develop an immunity to the alienating increase in speed and volume they find in the streets. In the clash of cultures, in the conurbations of the developing world, the musical ramifications have been severe, and in many cases astonishing. The Belgian label Crammed has inaugurated their Congotronics series to document Kinshasa's amplified street bands, jerrybuilt affairs whose equipment looks like cast-offs from a shanty town tyre-change garage, with conical loudspeakers on rickety stands overloaded at intense volume, rattling the woofers and giving an intentional patina of abrasive distorsion to the PA system. The best of these, the 12-piece Konono N°1, present themselves as something between a trade union and a republic. [...] The music is ferociously paced. Key to their sound is the amplified likembe, or thumb piano, made of spinly metal silvers - they use three of them, including one bass likembe. These are plucked in tumbling riffs, hurtling headlong and accompanied by a feverishly pulsing percussion that includes a makeshift hi-hat made of clashing metal plates. This is music with its feet planted firmly on the street. Chanted lyrics address societal problems in modern Congo, and criticise the authorities. On "Kule Kule", a story of forbidden marriage, the likembe's joints sound like they're in need of oil, folding a piercing insectoid squeak into the sound. The overtones and electronically enhanced thumps from this ramshackle gear give all the basslines they need, while the overdriven higher thumb piano notes sound more like electric guitars. As you try to sift through the dense crosstalk of twittering beats, your ears are beguiled ever deeper into Konono's rhytmic threshing machine [...]
The seven tracks on Congotronics were recorded in the Halle de la Gombe in Kinshasa, apart from one live shot taken from a show at Amsterdam's Paradiso club. Their rhythms sit in an almost overlooked nook between the ancestral tribal drums of the Angolan/Congoles Bazombe, and some kind of distorted electronica that you'd expect to find at the arse end of the Rephex catalogue. It's no wonder, then, that the opening two tracks on Congotronics, "Lufuala Ndonga" and "Masikulu", have been issued as one of Fat Cat's Split Series 12"s, on a disc shared with New Zealand outsiders The Dead C. You're reminded of the shamanic leanings of groups like 23 Skidoo or Richard Kirk's post-Cabaret Voltaire project Sandoz, but the Konono beat has been arrived at from a different trajectory entirely. Far from reproducing programmed rhythms, its remorseless motion suggests an ancient Bazombo death rattle, with the added frisson of a sense of headlong flight from some unnamed atrocity. "Lufuala Ndonga", the group states, "is about collective death and also about a person who died alone. It's all about death".
When it hits its stride, this is the kind of music that gives the impression of having been flowing since the dawn of civilisation, and will continue, somewhere in the ether, even when its agents on earth have danced themselves into their tomb.
da Alias/Il Manifesto - 5 febbraio 2005-02-20
Nei sobborghi d’Africa esplode la furia elettrica del likembe
Chi alla musica è abituato a chiedere talvolta un brivido di rivolta, un valore aggiunto di energia iconoclasta e carica eversiva – si pensi per comodità al modello storico del punk inglese – da un po’ di tempo a questa parte i suoi gruppi preferiti è costretto a cercarseli altrove. In Africa, l’esempio offerto dal Mali con un gruppo come i Tinariwen, composto oltretutto da ex guerriglieri tuareg riconvertiti alle chitarre elettriche, non è tanto isolato, nel suo genere…. Ora anche il Congo ha la sua musica “ribele”, o perlomeno qualcosa che in Occidente potrà essere agilmente percepito come tale. Ma attenzione, guerra e ingiustizie, che pure qui abbondano, per una volta non c’entrano più di tanto. E’ piuttosto una furia “inurbata” che sprizza da tutte le frequenze sonore prodotte da Konono N°1, ensemble piccolo ma t.p. (tout puissante, un marchio di forza ricorrente nella musica congolese), attivo nei sobborghi di Kinshasa, fondato 25 anni orsono da un tremendo suonatore di likembe, Mawangu Mingiti. Lui è ancora lì con il suo strumento, che poi sarebbe un classico lamellofono africano, lo stesso attrezzo che altrove, in Africa, chiamano sanza o kalimba o mbira. Se non fosse che qui viene elettrificato e sparato a tutto volume in modo a dir poco avventuroso: il magnete è ottenuto riciclando pezzi di auto rottamate, mentre il sound system è costituito da un vecchio amplificatore valvolare e una serie di altoparlanti conici, stile comizio in bianco e nero.
Così trattati i likembe vengono schierati in sezione (taglio alto, medio, basso) ed energicamente sollecitati dai pollici dei musicisti. Avvicinando lo strumento alle “trombe” che diffondono il suono, alle timbriche già di per sé allucinate vengono a sommarsi ulteriori feedback e distorsioni. Ma il senso di profondo stordimento che questa musica può provocare viane dal ritmo, dalla selva di poliritmi generati dai likembe, dalle percussioni, dalle voci che battono i loro incisi e persino dai tre danzatori, che certo nel disco non si vedono, ma in qualche modo si sentono.
La struttura base chiama in causa i ritmi di trance delle popolazioni Bazombo, che vivono nella stessa zona di confine con l’Angola da cui provengono i componenti del gruppo, ma alla Crammed Discs non deve essere sfuggito il potenziale di un paragone possibile con l’art rock e la trance elettronica più sfrenata. Così il primo ed eclatante volume di Congotronics vede protagonista proprio il gruppo in questione. Il progetto è a cura del produttore Vincent Kenis, conoscitore della musica urbana congolese e punto di riferimento per il versante elettronico della stessa Crammed. Il materiale di Konono N°1 lo ha registrato alla Halle de Gombe di Kinshasa e se lo è mixato in albergo. Un unico brano dal vivo al Paradiso di Amsterdam, aggiungendo il traino di una batteria svela fin dove verrà spinta questa musica. Il circolo virtuoso dei remix è già partito. Ne sentiremo riparlare presto.
di Marco Boccitto
|