INTERVISTA DI VALERIO CAPPELLI A ELENI KARAINDROU
Eleni, quali sono i suoi primi ricordi musicali?
“I suoni del vento, della pioggia, i canti polifonici delle contadine al lavoro e certe melodie bizantine che ascoltavo in chiesa. Amo l’orchestra classica, specialmente gli archi, ma sono i fiati spesso a ispirarmi. L’arpa fu una delle mie scelte, come i colori della tradizione graca, il santouri, la lira o la fisarmonica”
Angelopouolos?
“Nell’arte ci sono delle affinità inesplicabili, io entro nei suoi concetti, le mie idee nascono dalle nostre conversazioni, prima delle immagini. Mi lascia completa libertà, mi fa viaggiare nell’interiorità dei personaggi, nel mistico mondo di cose non dette”.
Cosa rappresenta il Mediterraneo nelle sue note?
“Per un greco, la ricchezza di suoni e la magia dei ritmi del Mediterraneo è un’ossessione dell’anima. Ho avuto sete di conoscere anche altre tradizioni, dal flamenco spagnolo alla polifonia della Corsica così vicina a quella dell’Epiro. Il Mediterraneo e il tema del viaggio sono i miei leit motiv”.
Come fu il suo viaggio verso Atene?
“La strada attraversava boschi e cespugli di bacche rosse, io ero con la mia famiglia a dorso di muli, ricordo le selle coperte da stuoie rosse e da tante ceste; ricordo lo stupore per la prima automobile che vedevo nella mia vita e il primo sguardo al mare. E poi l’arrivo in una Atene nuda, senza alberi, che odorava di benzina, dove le mura dei palazzi erano ferite dai proiettili sparati durante la guerra civile, Noi vivevamo nel seminterrato della scuola dove mio padre insegnava. Ero una bambina che aveva appena scoperto il mondo moderno, lasciandomi alle spalle il paradiso perduto, i ciliegi, le lampade a olio, l’acqua dei torrenti che usavamo in casa”.
I registi che ama?
“In Tarkovski ho scoperto la poesia fusa ai pensieri filosofici più profondi. Antonioni rappresenta una classica presenza di cinema senza tempo. Fellini mi ha affascinato con i suoi viaggi immaginari e Bergman perché è il grande coreografo delle emozioni umane. Il futuro? Perparo il primo album al di fuori del cinema, oltre a un brano che mi ha commissionato l’Orchestra di Monaco di Baviera. Sono ancora alle prime idee, schizzi, nulla di più”.
Corriere della Sera, 8 giugno 2004
“Theo Angelopoulos guarda alle cose in silenzio. Il suo senso del tempo, le lunghe inquadrature e le immagini di Giorgios Arvanitis hanno avuto una notevole influenza sul mio lavoro. Quando ho visto i film di Angelopoulos mi sono chiesto se fosse mai stato possibile ottenere, raggiungere, qualcosa di similmente 'auratico' in musica. Seguendo così il suo lavoro dopo gli anni Ottanta sono venuto a contatto con la musica di Eleni Karaindrou". Sono parole di Manfred Eicher, produttore carismatico dell'Ecm, l'etichetta discografica che ha documentato diverse delle colonne sonore della compositrice greca Eleni Karaindrou, divenuta famosa grazie alle sue collaborazioni con Theo Angelopoulos, a partire da Viaggio a Citera (1984) sino al recente L'eternità e un giorno (1998), passando per L'apicoltore (1986), Paesaggio nella nebbia (1988), Il passo sospeso della cicogna (1991) e Lo sguardo di Ulisse (1995).
La Karaindrou ama definirsi "compositrice istintiva": "Spesso conta di più la fantasia che la tecnica, mi piace azzardare e sposare insieme i linguaggi che conosco, quello popolare, quellojazzistico e quello accademico". Ella appartiene al contempo al luogo natio e al mondo, un io colto ed un io dialettale: da ogni nota traspare e gronda però la "grecità" della compositrice ("La partenza della mia musica sono i Balcani e la Grecia"). Le sue partiture ciò nonostante, viaggiano attraverso i generi e si snodano tra paesaggi lontani e vicini nel tempo, tra sogno e pensiero, mantenendo inalterato sempre quel carattere malinconico ("La felicità è senza storia, non fa storia", ha detto Rohmer) tanto tipico della musica balcanica, un carattere che aleggia, che incombe costantemente su queste note larghe, lente, cullanti e dilatate, trasposizione ed equivalente sonoro delle immagini di Angelopoulos. È un pianto di dolore e un canto per la vita al contempo, un eterno ritorno del vissuto, come il tema de Lo sguardo diUlisse - probabilmente il miglior lavoro della Karaindrou - una serie di sette variazioni montate in struttura ciclica con propria autonomia, una suite estesa per viola solista, oboe, fisarmonica, tromba, corno francese, violoncello e orchestra d'archi. “Per Lo sguardo di Ulisse ho cercato in un certo senso una musica multietnica che contenesse anche la memoria delle canzoni rivoluzionarie russe, delle canzoni popolari bulgare e serbe e delle litanie bizantine". Il suo non è però un voler mischiare a tutti i costi la musica popolare con quella classica. "I miei lavori come compositrice ed i miei interessi nella musica tradizionale sono due cose diverse". Se inserisce all'interno delle sue partiture anche strumenti tradizionali, che usa peraltro in modo originale (come il santuri), lo fa più per una reale esigenza espressiva che non per una rielaborazione intellettuale.
"Quando capita, lo faccio in maniera istintiva semplicemente perché quelle note sonorisuonate nella mia testa per tutta la vita". Una musica della memoria quindi, nella quale i suoni hanno una loro aderenza, come se metaforicamente fossero l'utensile che porta di nuovo alla luce l'immagine del ricordo. "Custodisco ancora gelosamente nella mia memoria i suoni della mia infanzia: quelli del vento, della pioggia, del silenzio della neve e della musica popolare ascoltata durante le sagre di paese, ma anche e soprattutto i canti polifonici dellecontadine al lavoro e certe melodie bizantine che risuonavano solenni nelle chiese". La musica della Karaindrou è fondamentalmente semplice, disadorna, di ispirazione modale e popolare, è un flusso calmo e reso incerto nel suo vagabondare da un'armonia spesso statica, che porta per mano l'ascoltatore attraverso paesaggi nebbiosi, solitari e desolati, spezzati qua e là da improvvisi bagliori melodici.
La Grecia che ci racconta musicalmente la Karaindrou è quella periferica, meno conosciuta, quella dove la densità di abitanti per chilometro quadrato è bassissima, dove molta gente non ha ancora mai visto il mare, associazione estiva, simbolica e cartolinesca di questo straordinario paese.
"Sono nata a Teichio, un piccolo villaggio isolato nelle montagne della Grecia centrale, dove ancora oggi trascorro lunghi periodi. Fino all'età di sei anni non sapevo nemmeno cosa fosserol'elettricità, le automobili, la radio, la televisione....". La passione della Karaindrou per il cinema è nata così, quasi per caso, come per il piccolo protagonista di Nuovo cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore. "Quando la mia famiglia è andata ad abitare ad Atene, trovò un appartamento vicinissimo ad un cinema all'aperto. Avevo otto anni e ogni sera guardavo i film dalla finestra della mia camera da letto. Qualche anno dopo ho iniziato a prendere lezioni dipianoforte e a studiare musica all'Hellinikon Odeon, che ho frequentato per quattordici anni, dal '53 al '67, contemporaneamente agli studi universitari di storia ed archeologia".
Nel 1967 si è trasferita a Parigi principalmente a causa del regime dei colonnelli ed è tornata ad Atene soltanto nel 1974. "Sono andata a vivere in Francia anche per studiare etnomusicologia. È stato lì che ho compreso più a fondo la musica della mia infanzia e che sono venuta a contatto con un mondo allora nuovo per me, quello del jazz. Ho cominciato allora a sincretizzare la mia preparazione accademica con suggestioni afroamericane e musica etnica. È importante conoscere altre tradizioni, per poterci poi lavorare inconsciamente".
Nel 1975, dopo il rientro in Grecia, il suo primo lavoro è stato la sonorizzazione di un'opera teatrale di Shakespeare; successivamente ha musicato un documentario per la comunità greca che viveva e lavorava in Calabria e nel 1979 ha realizzato la sua prima vera colonna sonora, per Wandering di Christoforo Christofis. "È stato un nuovo inizio, mi si sono apertidavanti mondi che ho sempre covato inconsciamente". A qualche anno dopo risale l'incontro con Angelopoulos. "Lo conobbi nell'82, al Festival di Salonicco, nel corso della presentazione di Rosa, un altro film di Christofis, per il quale avevo scritto le musiche".
Oggi Eleni Karaindrou, che ha composto anche per Lefteris Xanthopoulos, Margarethe von Trotta, Chris Marker, Jules Dassin, lavora comodamente nella sua abitazione ateniese immersa nel quartiere centralissimo di Metz, vicino all'Ethniko Kippo, l'unica oasi verde nel centro di una città che è considerata fra le più inquinate del mondo.
"Ciò che mi interessa in un regista è l'originalità dello sguardo, ed in un film l'idea di atemporalità. Una delle cose che amo di più in Angelopoulos è la sua straordinaria capacità di descrivere con le parole. Prima il film se lo lavora in testa, poi mi chiama, me lo racconta in un modo talmente perfetto che è come se lo avessi già visto e mi indica i punti precisi in cui vuole la musica. Per questo a volte capita che la colonna sonora sia pronta prima che si inizi a girare. Credo che il significato del film non sia sempre esplicito all'interno della sceneggiatura: condivido perfettamente l'affermazione di Harold Pinter per il quale il vero significato sta dietro le parole. Le immagini ed i suoni insomma si devono combinare in un modo sempre diverso: non esiste cioè un metodo particolare che io uso componendo per Angelopoulos. Il mio è essenzialmente un contrappunto emotivo alle sue immagini, una ricerca del ritmo interiore dei suoi film".
Questa idea di scavo psicologico è da lei applicata anche nei confronti dei solisti con i quali ama lavorare. "Ciò che cerco non è tanto la bravura tecnica, ma la capacità di tradurre in suoni le cose della mia musica che non conosco nemmeno io, le cose che stanno nel mio inconscio. Il grande musicista è come un medium, perché riesce a rendere visibile ciò che c'è nell'anima del compositore". Ogni film ha inoltre il suo strumento ed un musicista ben preciso che lo deve suonare. "Quando ad esempio nell'86 scrissi il tema per L'apicoltore, capii subito che solo Jan Garbarek avrebbe potuto suonarlo come me lo ero immaginato. Mi sento molto legata alla musica di Jan, perché è grazie ad un suo disco del '77, Places, che ho scoperto il mio immaginario musicale ideale". Alla Karaindrou piace dunque "ellingtonianamente" scrivere pensando ad alcuni solisti in particolare. "L'ispirazione mi viene proprio da loro". Quindi da Vangelis Skouras, Andreas Tsekouras, ma soprattutto Vangelis Christopoulos ("quando lo ascoltai per la prima volta mi vennero le lacrime agli occhi") e Kim Kashkashian, splendida solista di viola e sensibilissima interprete, a proprio agio tanto con le intricate partiture di Hindemith, Brahms, Kurtág e Kancheli quanto con la musica un po' "folklorizzante" della Karaindrou ("Nel corso di un concerto Kim riesce a dare tutto, si consuma letteralmente per poi rinascere a nuova vita").
Helmut Failoni |